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Rottamazione del cemento

Non tutto ciò che abbiamo costruito dal secondo dopoguerra va preservato per le future generazioni. Il valore di questa affermazione, immagino condivisibile, va commisurato con lo stato di fatto urbanistico in cui versano le città che hanno subito uno sviluppo edilizio dalla metà del secolo scorso. La necessità di ricostruire, ma anche semplicemente di migliorare gli standard abitativi di allora, fece crescere considerevolmente gli investimenti immobiliari pubblici e privati, producendo una quantità di palazzine sconosciuta in qualsiasi epoca precedente.

Una nuova classe imprenditoriale si fece largo tra gli spazi lasciati dagli ordigni bellici, pronta a colonizzare l’ambiente circostante i centri storici, divenendo il nuovo motore dell’economia nazionale. Tale attivismo ferì alcune sensibilità, in verità, ma le necessità industriali e l’aspirazione a un miglioramento delle condizioni di vita fece sì che “Il ragazzo della Via Gluck” divenisse un successo musicale da celebrare solo cinquant’anni dopo la sua pubblicazione, ricordandolo quale inno ambientalista ante litteram. In effetti, la devastazione fisica e morale derivante da un Ventennio sfociato in una guerra totale, poteva venire lenita solo da un periodo di spensieratezza espansiva; tutto ciò che prometteva serenità e progresso apparve come salvifico. Inoltre, almeno fino agli anni settanta del novecento, il senso comune ha lasciato intendere come “vecchio” ciò che oggi definiamo più propriamente “antico”, sacrificando qualche bene storico di troppo.

La società che ho l’onore di presiedere, la Pagine Sì! S.p.A., ha acquisito e restaurato un palazzo nel centro storico di Terni, facendone la propria sede. Lo preciso non a scopo propagandistico personale ma per rendere manifesta una certa preparazione nell’attività di valorizzazione architettonica e funzionale di edifici cittadini, prima di parlarne in maniera credibile. Nel caso di specie trattasi di edificio di pregio che, seppure non vincolato dalla Soprintendenza, è stato oggetto di un attento recupero, rispettando il progetto originario e attingendo sensibilità dagli organi a essa preposti.
Il senso per il bello è uno dei piaceri che la vita può donare, ma può anche far soffrire chi ne è dotato, perché rende maggiormente vulnerabili al brutto. Esso può produrre un preciso senso di rifiuto anche nei confronti di palazzine progettate e prodotte negli anni cinquanta e nei successivi, adatte ai fabbisogni di allora. Con lodevoli eccezioni architettoniche, assolutamente riconoscibili, non è piacevole vivere al loro interno accanto a materiali da costruzione oggi banditi perché dannosi alla salute, in condizioni di isolamento termico e acustico non più in linea con gli standard attuali, con impianti, parti comuni e ambienti non compatibili con il rispetto delle attuali leggi sulla sicurezza abitativa.

Noi, abitanti del Bel Paese, ci troviamo a convivere in palazzine di quartieri costruiti nell’urgenza di una ricostruzione che non può più rappresentare le nostre città. Abitiamo in costruzioni che, ironia della sorte, dopo settanta anni dalla loro edificazione, per legge, divengono tutelate dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici; cosicché, dopo aver fatto confusione tra “vecchio” e “antico”, ora siamo pronti a tutelare ciò che è “vecchio” davvero, e decrepito. A far bene i conti risulta che presto le palazzine della ricostruzione post-bellica rientreranno tra le opere da tutelare.
Il legislatore porrà certamente rimedio a questa che è un’eventualità da scartare per evitare la nostra definitiva consegna alle catene del brutto ma, nel mentre, amo pensare che questo pericolo possa stimolare il nostro sguardo critico, affinché esso sappia iscrivere in un impalpabile “Albo delle Opere da Rimuovere dalla nostra Memoria”, tutte le costruzioni degne di esservi iscritte.

Palazzine sgraziate, inabitabili, tecnicamente inagibili, poste in luoghi che ancora oggi fanno dubitare di ogni possibile permesso a costruirvi, investimenti falliti, innesti mal riusciti, obbrobri stilistici, pubblici e privati, sono le opere che inseriremmo nel nostro ideale Albo dei Beni Rottamabili. Una rottamazione che ridefinisca il concetto di vivibilità cittadina e che permetta a un intero comparto imprenditoriale e professionale di partecipare alla bonifica del Bel Paese, facendolo rinascere e allontanandolo da nuovi cataclismi.

Eccola, quindi, questa è una nuova frontiera da tentare di attraversare per rimettere in moto il paese e restituire l’Italia alla Bellezza.

Pubblicato in PagineSì! Politica italiana

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